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colisee pepsiRicevo e pubblico ringraziando davvero Roby per averci spedito queste sue splendide sensazioni canadesi.
Leggete, ne vale la pena.

Questo, per noi che viviamo di pane e hockey, è il paese dei balocchi. Qui c’è solo l’hockey. Si respira per strada, se ne parla nei bar, lo si vede a ogni ora del giorno e della notte in tivù. Quello di alto livello, però, da queste parti è un po’ che è scomparso. A Quebec City l’attesa nei confronti dei mondiali era enorme, da bava alla bocca. La passione dei quebecois non ha probabilmente eguali ma le loro condizioni di tifosi sono francamente umilianti. Mettevi nei loro panni: a metà degli anni Novanta i Nordiques sono stati trasferiti a Denver, Colorado (vincendo subito il titolo che nella Belle Provenche non han mai visto neanche in cartolina). Come se da un giorno all’altro, per questioni di budget non più sostenibile, l’Ambri scomparisse per resuscitare a Basilea. Meglio neppure pensarci che vengono i brividi. Rimasta senza NHL, città e regione si erano dovuti accontentare dei Citadelles, farm team in AHL dei Canadiens di Montreal. Come se l’Ambri, una volta scomparso, risorga come farm-team dei cugini. Meglio neppure pensarci bis e toccarsi le parti intime. Adesso a Quebec, poveracci, non c’è più neppure la AHL e la squadra faro che gioca nel glorioso Colisée sono i Remparts della QMJHL, squadra juniores che – potenza della passione popolare, praticamente una malattia – disputa la stagione davanti a una media di 9.000 spettatori a partita che salgono a 13-14.000 nei play.off. Fatte queste premesse, capirete perché questi sono mondiali magici. Si respira hockey ovunque e sempre, si incontrano tifosi con i quali condividere la stessa passione, a volte la stessa vodka o lo stesso pichet (caraffone di 2 litri di birra) che qui va via come il pane. E quando non si discute o si brinda con lettoni, svedesi o danesi si può parlare con una miriade di addetti ai lavori. Una pinta con JJ Aeschlimann permette di guardare all’Ambrì che sarà. Sull’incubo estivo, la possibile partenza di Gladiatore Erik verso la NHL: “È verosimile che Westrum riceva delle offerte dal Nord America ma è pure verosimile che resti in Leventina. Ad ogni modo le bocce saranno ferme solo a metà giugno”. Sugli acquisti: “Micheli porta classe e fa molto comodo perché la nostra è soprattutto una squadra di lavoratori. Murovic arriva con chili, potenza, aggressività e mentalità vincente. Walker è un giovane talento che vuole riscattarsi dopo la catastrofica stagione del Basilea”. Insomma, le prospettive paiono buone. Al Colisée c’è anche un po’ di Ambrì: i calzettoni di Tomas Vlasak nel museo dell’hockey appositamente allestito; Diego Scandella che guarda il cugino prendere mazzate da tutti con il Blue Team; JJ che tesse contatti e co-commenta alla RSI con Lorenzo Boscolo; una decina di tifosi che s’è portata appresso una bandiera biancoblù e una delle Officine (la battaglia ha oramai assunto un’eco internazionale…). Per le vie di Quebec City, Mathieu Baron, figlio di Marco, viene riconosciuto, salutato e fermato. Ha appena vinto l’edizione canadese del “Grande Fratello” ed è una piccola star. Non contento, ha fatto una comparsata sul set dell’ultima serie di “Lance et compte” (in italiano “Amore e ghiaccio”): per le riprese c’era il Colisée stracolto, 15.000 persone. Vi dicono niente i nomi di Pierre Lambert, Marc Gagnon e dei National di Quebec? Non avete un tuffo al cuore? Curiosamente, nella medesima serie culto di telefilm avrebbe dovuto partecipare anche Marco Baron ma quando, nel 1984, era pronto a smettere di giocare ricevette la chiamata dell’Ambrì, esordendo con la leggendaria serata-derby della “Campana del villaggio”. Già, l’Ambrì: mentre qui in Canada la neve ai bordi delle strade ricorda che l’inverno non è ancora del tutto alle spalle, in Valle la primavera e i suoi colori son pronti ad accogliere The Chief. Ed è un’altra fantastica avventura tutta da vivere perché bisogna anche sapere relativizzare: i mondiali saran belli, ma l’Ambrì resta l’Ambrì; tutto il resto è hockey.

Roberto Guidi