da “La Montanara” rivista ufficiale HCAP (vedi link per abbonarsi).
Da sempre i giochi olimpici ci hanno abituato a sfide memorabili, duelli incredibili tra i migliori atleti del mondo, gare mozzafiato decise all’ultimo secondo. Il fascino di queste competizioni è imparagonabile. Le emozioni di questi momenti si ricordano per tutta la vita. Le ricordiamo noi, semplici spettatori e le ricordano loro, i diretti protagonisti. E anche ad anni di distanza, precisamente 28, le emozioni sono ancora lì, come se fosse ieri, quando la storia decide di tirare uno sgambetto e ripresentarsi inaspettatamente di fronte a John Harrington.
Lake Placid 1980 per noi appassionati di hockey è legato ad un solo ricordo: miracle. Una squadra di giovani studenti americani da una parte. La grande Unione Sovietica dominatrice delle precedenti quattro olimpiadi e indiscussa potenza dell’hockey dall’altra. Da giocarsi sul campo una semifinale olimpica, da giocarsi sugli spalti una leadership politica. L’allenatore americano Herb Brooks aveva preparato la squadra esclusivamente per quei giochi, il presidente americano Jimmy Carter era intenzionato a boicottare i giochi olimpici estivi di Mosca ’80. I russi allineavano i migliori giocatori al mondo, l’Unione Sovietica aveva appena invaso l’Afghanistan. Queste le premesse di una sfida, che sarebbe entrata nella memoria di tutti gli appassionati e nei cuori di milioni di americani. Un evento importante nella storia dell’hockey,che sabato 9 agosto a Bellinzona, è tornato di attualità, con John Harrington, giocatore della squadra statunitense a ritrovare sulla panchina avversaria il russo Boris Michailov, capitano di quella infallibile, o quasi, Unione Sovietica.
Dicevamo che gli atleti non dimenticano le emozioni di quegli istanti. A confermarlo gli occhi di Harrington, che nascondevano un filo di commozione, al pensiero di trovarsi di fronte una delle icone mondiali del disco su ghiaccio. Le sue parole racchiudevano una sorta di soggezione verso l’ex capitano della URSS, tanto che si chiedeva se Michailov avesse capito che lui era un giocatore di quella squadra USA che li batté a Lake Placid. Uno strano sentimento, che però sottolinea quanto quella partita fosse veramente la partita del secolo e quanto l’Unione Sovietica era considerata un’armata invincibile:“’L’ho ripetuto più volte- ci dice Harrington- che quell’incontro era qualcosa di più di una semplice partita. Eravamo un gruppo di 21enni, sapevamo che dovevamo giocare contro un grande team. Capivamo cosa stava succedendo nel mondo ma una volta che siamo scesi sul ghiaccio dovevamo solo provare a vincere e far bene a quei giochi olimpici. Ci siamo detti che dovevamo solo giocarla una volta e vincerla una volta, non avremmo dovuto giocarla più volte, solo una e vincere quella. È quello che abbiamo fatto.” Infatti contro ogni pronostico l’America portò a casa una vittoria storica in una pista con un ambiente infernale e volò diritta in finale dove batté la Finlandia e si laureò campionessa Olimpica. Il sogno americano diventò realtà. “Era tremendamente eccitante,- continua Harrington- gli USA erano in una sorta di depressione a quei tempi e la nostra vittoria fece veramente tanto per il morale dei cittadini americani. Avevano bisogno di qualcosa per sentirsi felici, per essere fieri del loro paese e dopo aver visto una squadra che ha lavorato duro e ha avuto successo hanno creduto che fosse possibile anche per loro. Quella vittoria ebbe davvero un grande impatto.”
Dall’altra parte lo sconfitto Boris Michailov ci racconta come “ Non abbiamo avuto nessuna pressione politica, era una partita sentita perché era la semifinale delle olimpiadi. Faccio molte congratulazioni alla squadra americana , ma è stata una sola partita, se avessimo giocato altre partite le avremmo vinte. All’epoca non avremmo mai pensato di perdere una partita contro l’America.” E allora cerchiamo di rubargli le spiegazioni di questo risultato che per gli americani è stato un vero e proprio miracolo: “è solo la componente psicologica che ci ha fatto perdere. Non eravamo abbastanza concentrati ”.
Un miracolo perché nella squadra avversaria giocavano delle star, come il portiere Tetriak o Kharlamov e dei giovani che lo sarebbero poi diventate come Makarov, Fetisov e Krutov. Lo stesso Boris Michailov, dall’alto della sua C di capitano, ci dice come “anche i giovani che giocavano a quei tempi, in terza o quarta linea erano giocatori di altissimo livello e talenti incredibili.” E pensare che erano ancora olimpiadi riservate ai non professionisti come ci conferma Michailov: “Non eravamo professionisti. Noi abbiamo sempre fatto quello che ci piaceva fare.” E su questo punto Harrington precisa come “sono diventato un giocatore professionista nei Buffalo Sabres e poi nel Lugano. Ma non mi piace questa professionalizzazione dei giochi olimpici, penso che bisognerebbe tornare indietro e dare l’opportunità ai giovani come eravamo noi di giocare le olimpiadi.” Caro John, do you believe in miracles? (credi nei miracoli?)
Miracolo anche ad Ambri? Speremm…
sito pulito
ahahahah non capivo cosa c’era che non andava nella pubblicazione..sciombi .. i cugini scompaiono..o meglio dire spariscono!ahah