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Il piccolo grande insegnamento dei McCourt

“Abbiamo tenuto aperta pagina 15”, mi dicono gli ideatori di questo omaggio a un grande biancoblù. È un assist terribilmente invitante, al punto che temo di mancare la conclusione a rete. Il 15 è, infatti, un numero magico nella storia dell’HCAP.
Sono un veterano, ormai e non ho più lo scatto. L’occhio, inoltre, è velato da un po’ di nostalgia e la mira ne risente. Il pezzo su Dale McCourt dovrebbe scorrere dai tasti del computer come un torrente in piena, invece mi fermo subito, ripensando alla prima volta che gli strinsi la mano.
“Ti presento Dale”, mi dice l’indimenticabile e indimenticato Flavio Bustelli, mentre mi avvicino al bancone del bar della Valascia. Tendo la mano al campione e, mentre Flavio, con una battuta delle sue, spiega rapidamente a Dale la… delicatezza del momento (“Attento, è un giornalista!”, gli dice), McCourt, con un ampio sorriso e una forte stretta di mano mi chiede: “Cosa posso offrirti?”; e chiama l’Aurora che, non più giovanissima, si muove veloce e affabile dietro al bancone per soddisfare le richieste di tutti, con un lampo di gioia negli occhi nel rivedere i vecchi aficionados.

Era l’estate del 1984. Una nuova stagione di hockey batteva alle porte e Ambrì, dopo il letargo… estivo, tornava ad animarsi per quello sport che gli aveva dato ormai una fama mondiale. Grazie all’hockey, infatti, il suo nome era già apparso una decina d’anni prima perfino sulle pagine del New York Times. Successe per l’arrivo in valle di un certo Andy Bathgate. Così, Ambrì non sarebbe più stato semplicemente una frazione dimenticata, appena visibile sulla carta geografica.
Qualcosa da raccontare a Dale McCourt, nel mio inglese claudicante, quindi l’avevo, tanto per rompere il ghiaccio. McCourt, giunto ad Ambrì insieme al connazionale Red Laurence, avrebbe potuto approdare nelle migliori squadre del campionato di serie A, dopo aver evidenziato nella NHL tutte le sue qualità di campione di razza. Invece eccolo ad Ambrì. Quasi roba da non credere. E quanti tifosi biancoblù si fregarono gli occhi alla Valascia, in quella stagione che si concluse con l’Ambrì promosso prepotentemente in serie A, ricordano poi le successive sei-sette stagioni come fra le più belle tra quelle vissute palpitando per la squadra del cuore, non fosse che per le giocate di Dale e le sue reti festeggiate con discrezione, quasi per non offendere oltre l’avversario.
Avremmo poi saputo il perché di questo modo così personale di vivere i momenti culminanti di una partita, nel rispetto dei consigli ricevuti da ragazzo, dal padre, il quale insegnò a Dale i primi rudimenti del gioco: “Non dispedere le energie per festeggiare i gol. Ce ne sono altri da segnare, la partita non finisce lì”. Così gli aveva detto papà. E Dale non si discostò mai da questa linea, se non per rispondere con una particolare luce negli occhi ai complimenti dei suoi compagni e, al massimo, con un gesto di ringraziamento appenna accennato verso il pubblico plaudente.
Un campione come Dale era destinato a rimanere nei cuori dei tifosi, rispettato inoltre dagli avversari e invidiato dai sostenitori delle altre squadre. Giusto che la sua maglia numero 15 venisse ritirata, per sottolineare quanto profondamente avesse inciso nella storia del club questo canadese, col fiero sguardo di un capo indiano, che si meritò per questo l’appellativo di “Chief” già oltre oceano, anni prima di approdare ad Ambrì.

Oltre all’amirazione per il giocatore, c’è quella, forse ancor più grande, per l’uomo. Per la riconoscenza con cui Dale parla dell’irripetibile esperienza leventinese, dell’affetto della gente, dell’amore per un villaggio di montagna (Dalpe) che i suoi figli Clayton e Derek chiamavano “casa” e che sua moglie Janet ricorda con malcelata commozione, scrutando ora l’orizzonte sulle rive del lago Wahnapitae. I McCourt, tutti, hanno compreso il vero significato di questo piccolo club chiamato Ambrì Piotta. E sono riusciti a spiegarlo, con semplici parole, anche a chi fra noi non aveva captato il messaggio, trasmesso dalle emozioni, di un piccolo miracolo che travalica i confini dell’agonismo e della competizione sportiva.
E noi, un po’, invidiamo Dale che, svolgendo la sua nuova attività, lungo rettifili interminabili guida il suo camion rosso attraverso le praterie canadesi, ripensando a quella pagina della sua vita trascorsa in Ticino, “ lassù sulle montagne, fra monti e valli d’or”.

Alcide Bernasconi