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dale mccourtIntro.
Viaggio in Canada sulle tracce della leggenda dell’Ambrì-Piotta. Questa intervista è un piccolo assaggio del reportage dedicato al leggendario numero 15 biancoblù che fa parte del DVD “Noi della Valle”: in tutto 3 ore di immagini su personaggi e storie di 70 anni di HCAP.

di VITO ROBBIANI *

Quando Roberto Guidi, giornalista del GdP, mi ha chiesto se ero interessato a girare un documentario sull’Ambrì Piot­ta e sulla sua storia ricca di 70 candeli­ne, immediatamente ho pensato a Da­le McCourt, a cosa stesse facendo oggi. Così, quando per la realizzazione del DVD “Noi della Valle” mi sono recano nei pressi della cit­tadina di Sudbury (500 km da Toronto), dove Chief vive con la famiglia, ero ner­voso come quando da bambino aspet­tavo i miei idoli che uscivano dalla Va­lascia, con l’intento di chiedere degli au­tografi, ma poi non osavo… Ma Dale – oggi 50enne – è sempre stato freddo con i media. Memorabili le sue interviste do­ve rispondeva «sì» o «no» e fuggiva i cro­nisti rifugiandosi nello spogliatoio. Si di­ceva addirittura che quando è stato in­vitato per i festeggiamenti del 60° dell’H­CAP abbia chiesto di dire solo «Il mio cuore è biancoblù, forza Ambrì». Un po’ poco per giustificare alla produzione la trasferta in Canada. Però ci siamo anda­ti comunque, dopo aver penato un po’ per contattarlo. Abbiamo cercato suoi vecchi amici, ma non lo sentono da me­si. Ha spento il PC e lo ha messo in can­tina: dove vive Dale, la connessione a in­ternet è troppo lenta e le mail troppo fa­ticose da scaricare. Poi la sorpresa: ba­sta consultare le pagine bianche cana­desi online ed ecco: Dale & Janet Mc­Court, indirizzo e numero di telefono. «Se è per l’Ambrì accetto volentieri di partecipare al vostro progetto», ci dice Chief.

I giornalisti e l’italiano

Ai nostri timori di fare un viaggio a vuo­to, data la sua ripulsione verso i media, risponde che non amava le domande del dopo-partita perché spesso i giorna­listi sono semplicemente alla ricerca di una conferma alla loro domanda. «Co­sa avrei dovuto rispondere a chi mi chie­deva “non siete riusciti a controllare il gioco, sembravate persi, è stata dura?”. Non mi restava che dire: “sì!”». Per quanto riguarda l’intervento del 1997 in occasione del 60°: «Mi hanno intervista­to in italiano, e, lo sapete, ho sempre bi­sticciato con questa lingua. I miei figli (che invece parlano perfettamente l’ita­liano, ndr) ancora oggi mi correggono: papà, quel dito si chiama pollice non ci­polla!».

Villetta in riva al lago

Per il Canada partiamo io ed Alberto Me­roni, il collega che oltre ad aver fatto con noi diverse ripresa alla Valascia sta an­che firmando il montaggio del docu­mentario. Raggiungiamo Garson da To­ronto dopo 400 Km sulla Highway 69, che all’altezza di Sudbury incrocia la Trans-Canada (l’autostrada nazionale più lunga al mondo, 7,821 km). La fami­glia McCourt ci ha accolto a braccia aperte come si fa con gli amici che ven­gono da lontano. Troviamo Janet, Dale e il figlio Clayton nella villetta in riva al lago ideata e costruita da Dale nel 2003: le pareti sono tronchi di pino accatasta­ti; ha lo charme di uno chalet svizzero. Il lago è quello delle origini della fami­glia McCourt. Qui la nonna, di sangue pellerossa, si è legata ad un cacciatore di pelli.

“Chief’s the commanda”

In lingua nativa il lago Whanapitae signi­fica “lago profondo e scuro”, ma questo non spaventa i McCourt che sfidando le zanzare lo navigano sul loro motoscafo, il “Chief’s the commanda”. A pochi chi­lometri dal lago sorge la cittadina di Fal­conbridge, una zona residenziale dipen­dente dall’omonima miniera di nickel, che per anni ha attirato minatori da tut­to il mondo. Un po’ come lo è stata la Monteforno per la Leventina. A Falcon­bridge il papà di Dale lavorava come tor­nitore, mentre il figlio, d’estate, si occu­pava di pulire il parco attorno alla minie­ra. Fu la comunità del villaggio a deci­dere di costruire una delle rare piste di ghiaccio coperte della zona: a 5 anni il futuro fuoriclasse canadese muoveva i primi passi in pista, trovando poi nel­l’hockey quella rivalsa sociale che diffi­cilmente avrebbe trovato nel paese-mi­niera.

In fuga dalla NHL

Perché un giocatore da quasi un punto a partita in NHL decide di partire per l’Europa? «Ero stato ceduto al Los Ange­les per questioni legate a scambi di gio­catori, su cui non avevo alcun control­lo. Io mi trovavo bene a Detroit, erava­mo arrivati ad un soffio dalla Stanley Cup e non capivo perché avrei dovuto accet­tare il trasferimento. Ho portato la deci­sione in tribunale: ho vinto, ma il mio morale ha subìto dei contraccolpi e gli sconfitti me l’hanno giurata. Ormai giocavo senza più alcuna passione. A 27 anni ero pronto a uscir di scena quan­do un agente mi ha parlato della Sviz­zera. Assieme alla mia famiglia – Janet, mia moglie, Derek (3 anni) e Clayton (5 mesi) – ho accettato la sfida. E ad Am­brì mi è tornata la passione per l’hockey».

Da Garson a Dalpe e ritorno

Oggi come allora la famiglia McCourt vi­ve ai margini delle grandi città. «Come potete vedere la mia cittadina natale è piccola e un po’ assomiglia ai paesi del­la Leventina. Quando ci siamo trasferi­ti in Svizzera, il mio obiettivo è stato su­bito quello di imparare il modo di vive­re della gente e cercare di integrarmi il più possibile nella comunità locale. L’hockey ha permesso che ciò accades­se velocemente, e il fatto di essere capi­tati in una realtà così piccola, piuttosto che in una grande città, è stato d’aiuto per me e la mia famiglia. Forse è per que­sto che si ricordano ancora di noi e noi ci ricordiamo così tanto di quel periodo felice passato in Leventina, tra la casa di Dalpe e la pista di Ambrì».

Nuova vita dopo l’hockey

Dopo essere rientrato in Canada, Da­le ha deciso di dare un taglio netto al suo passato di giocatore e allenatore, scegliendo un lavoro completamente diverso: adesso fa il camionista per una compagnia di trasporti. Ogni settima parte con un collega per attraversare il Canada da costa a costa. «Ho pensato che fosse buona cosa cambiare vita. Vo­levo stabilirmi qui con la famiglia, e il mestiere d’allenatore non te lo permet­te; si è sempre in viaggio. È vero che quattro giorni alla settimana sono fuo­ri casa, ma quando rientro mia moglie è contenta e a dire il vero lo è anche quando riparto…. Un uomo deve tener­si occupato. L’hockey mi ha permesso una vita agiata, ma non potrei non la­vorare, sono stato educato così. Guida­re il camion è un’attività facile che ti permette di pensare molto; mi capita spesso di riflettere sul mio periodo nel­la NHL, ma anche su quello trascorso in Leventina».

Il magone dei due figli

Non rimpiange l’hockey? «Ogni anno, a Natale, io e i miei due figli sfidiamo i miei fratelli su una pista di ghiaccio na­turale vicino a casa. È un bel momen­to di sport e di ritrovo; il sapore è quel­lo di un derby. È il partitone di Natale dei McCourt. Questo match mi basta per il resto dell’anno». E se a Dale e Ja­net restano i bei ricordi del periodo pas­sato in Valle («la gente era magnifica, molto gentile. Io parlavo inglese e quel­li del posto in italiano. Non ci capivamo molto, ma abbiamo avuto delle belle conversazioni…»), ai figli parlare di quel tempo provoca il magone. Per Derek, l’Ambrì è una questione di… pelle, avendo tatuato il logo dell’HCAP sul pol­paccio: «Quando ero piccolo per me esi­steva solo l’Ambrì. Sognavo di diventa­re giocatore e poi allenatore del club». Clayton: «Quando, finita la stagione, con la famiglia si rientrava in Canada chie­devo continuamente a mia madre quando saremmo ritornati a casa, per­ché per me la casa era a Dalpe. Seguen­do mio padre siamo stati a Berna, a Ber­lino e in Italia, ma niente è lontanamen­te paragonabile a quello che ho prova­to e che provo ancora oggi per l’Ambrì».

* regista e titolare della mediaTREE

Giornale del Popolo