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tajcnarDevo dire la verità. Avrei preferito ricominciare con la rubrica “Secondo noi…” redigendo un qualsiasi altro pezzo. Purtroppo, invece, il primo pezzo è l’annuncio della morte dell’indimenticabile Rudolf Tajcnàr.

Ho letto l’articolo riportato in calce de La Regione che esaltava le prodezze tecniche di un campione naufragato allo sbando di una vita incontrollata. Io mi ricordo personalmente delle gesta di Rudy, seppur ancora bimbo, non tanto per i tocchi di finezza nel gioco dell’hockey, ma per quei body-check che rifilava agli avversari o per quelle interminabili bagarre con lo Zurigo.

Insomma, uno degli eroi della Valascia che se ne va merita il saluto di tutto il popolo bianco blu.

Addio Rudy.

Articolo apparso su La Regione
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striscione tajcnar

È morto domenica a Bratislava Rudolf Tajcnár, difensore slovacco che aveva giocato ad Ambrì per due stagioni, dal ’ 79 all’ 81, con la maglia numero 5. Aveva 57 anni. È stato trovato cadavere a casa sua, a Bratislava. Sarà l’autopsia a chiarire la causa del decesso. Malgrado la sua breve permanenza in Ticino, Tajcnár è stato a suo modo un personaggio nella microstoria dell’hockey ticinese. Difensore dal fisico imponente, aveva polsi delicati nei passaggi e terribili nei tiri dalla blu. Nato il 17 marzo 1948 a Bratislava, negli anni d’oro aveva giocato per lo Slovan Bratislava e per il Kosice, tornando poi allo Slovan. Aveva partecipato a due Mondiali: nel ’ 71 in Svizzera, dove la Nazionale cecoslovacca aveva conquistato l’argento dietro alla mitica Unione Sovietica; e nel ’ 72 a Praga, dove i padroni di casa si erano aggiudicati il titolo vendicandosi, per così dire, delle tante sconfitte subite dai rivali di sempre. Nello stesso anno con la Cecoslovacchia aveva conquistato la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Sapporo. Nel 1977 aveva deciso, come tanti suoi connazionali prima e dopo di lui, di rifugiarsi all’Ovest. La sua fuga era stata organizzata ad Ascona, in occasione di un’amichevole con lo Slovan durante la pausa natalizia. Con uno stratagemma ingegnoso e rocambolesco era stato sottratto al controllo degli “ addetti alla sicurezza” dello Slovan: agenti che accompagnavano squadre e atleti dell’Europa orientale in trasferta all’Ovest per impedire che fuggissero e chiedessero asilo politico. Dietro l’operazione c’era l’Ambrì, che pure sapeva di non poter schierare il giocatore per una stagione. A quei tempi i profughi, nell’hockey, dovevano osservare una stagione di pausa prima di poter giocare per una squadra del paese in cui si erano rifugiati. Tajcnár aveva trascorso quel periodo in America, senza però riuscire a entrare nella NHL ( anche oltre Oceano vigeva infatti il cosiddetto “ boicotto”).
Nel ’ 79 era finalmente arrivato all’Ambrì, che allora giocava in B sotto la direzione di Jiri Kren, appena rientrato da Lugano. Mentre la parabola dell’altro straniero in forza alla squadra, il canadese Ab De Marco – pure lui difensore dal tiro proibito – stava declinando, Tajcnár aveva catalizzato l’ammirazione e l’affetto dei tifosi. Insuperabile nei contrasti grazie a tecnica, esperienza e potenza fisica, fortissimo nell’impostazione del gioco con i suoi lunghi passaggi tagliapista, micidiale al tiro dalla distanza, Rudi aveva totalizzato 8 gol e 24 assist in 34 partite.
Erano stati lui e Luca Rossetti, appena tornato da Zurigo, i due fari della squadra. Nella seconda stagione, sempre in B, Rudi aveva accumulato ben 15 gol e 18 assist in 38 partite. Ma si era appesantito: non tanto per l’età – aveva appena passato i trent’anni – quanto per i chili di troppo. Già in occasione della prima amichevole estiva, secondo un cronista, aveva faticato da matti a entrare nei pantaloncini da hockey.
Il suo fisico era comunque destinato ad appesantirsi senza un ferreo regime di vita. Che lui proprio non seguiva. Forse di disciplina ne aveva avuto abbastanza in tutti quegli anni trascorsi in Cecoslovacchia. O forse proprio per il fatto che altri avessero gestito la sua vita in precedenza, non aveva imparato a gestirla lui. E poi ad Ambrì era ormai in piena ascesa la stella del nuovo arrivato, che sarebbe diventato uno dei giocatori più osannati alla Valascia: l’attaccante canadese Dave Gardner. La permanenza di Tajcnár in Leventina era finita.
Rudi trascorse alcune stagioni ad Ascona come giocatore¬ allenatore, tentando senza fortuna di traghettare la squadra dalla Prima Lega alla B. In estate faceva il maestro di tennis, altro sport in cui eccelleva in gioventù. Esaurito anche quel contratto, decise di tornare in patria, nonostante il rischio che aveva corso qualche anno prima per andarsene. Se allora era fuggito all’Ovest dalla disciplina e dal controllo che vigevano all’Est, ora fuggiva all’Est dalla vita sregolata, fuori controllo e senza prospettive che conduceva all’Ovest.
Detto fatto, si ripresentò semplicemente alla frontiera cecoslovacca chiedendo di rientrare, nonostante sapesse che sarebbe incorso in una sanzione. Il “ muro” non era ancora caduto, Cechia e Slovacchia non si erano ancora divise, il potere nei paesi dell’Est era ancora saldamente in mano ai regimi comunisti.
Tornato a Bratislava, pare che negli ultimi anni se la sia passata male, malgrado la Federazione slovacca gli abbia assegnato un posticino nella “ Hall of Fame” accanto ai suoi amici ed ex- compagni di squadra, primi fra tutti i fratelli Stastny. Ora di Rudi resta solo il ricordo in chi l’ha conosciuto: non uno sportivo da citare a esempio di professionalità, ma un grande giocatore di hockey, vittima degli eccessi di una vita che non sapeva gestire. È capitato ad altri campioni dello sport.
Ma resta anche il ricordo di quel suo fisico da armadio, poco meno di due metri per centoventi chili, con sopra un simpatico faccione. E in mezzo al faccione, due grossi baffi, con sotto un sorriso tra il guascone e l’indifeso, ma sempre aperto e disponibile.