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logo hcapCi siamo accorti tutti che c’è ancora qualcosa che non va, e non è una novità che se qualcosa non va, sono tutti pronti a criticare, a dare la loro idea e a proclamare la loro soluzione. Ci siamo accorti tutti che questo Ambrì, così come adesso, non è assolutamente competitivo. E chi non ha ancora aperto gli occhi non deve far altro che guardar la classifica. Confermato quindi questo dato di fatto, non ci rimane che analizzare la situazione.

L’Ambrì-Piotta è in un grande trambusto. La società sta cercando di creare le basi per un futuro più tranquillo, ma nell’hockey del 2010 non trova un terreno abbastanza fertile per potersi rinvigorire senza seccare del tutto. I salari sono a livelli esorbitanti, il parco giocatori limitato, l’economia lentamente in ripresa, l’hockey impazzito. Se ce lo avessero chiesto 4 anni fa, nessuno di noi avrebbe scommesso di sentire dire al presidente del Lugano che non possono più competere con le migliori. Il Ticino in poche stagioni è stato messo ai margini, è vecchio, è stanco. Nel nostro Cantone manca un nuovo slancio, si continuano a perdere spettatori, l’entusiasmo cala, persino per le grandi sfide cantonali.

L’Ambrì Piotta sta cercando di rinnovarsi. Un’operazione alquanto difficile per una società che ha sempre vissuto della e sulla sua storia. La storia non la si può riscrivere, la storia ad Ambrì si deve rispettare. Ma come conciliare il rispetto per il passato con il bisogno di un futuro?

L’Ambrì Piotta è in completa crisi. Oltre alle sconfitte si ritrova con un’identità persa per strada. Allora il pubblico rimpiange i tempi passati. E rimpiange quell’Ambrì così piccolo, ma che alcune volte sembrava grande. Quel gioco, che portava anche a buttar via le vittorie già scritte, ma con quello stile inconfondibile, biancoblù. E qui ecco che la colpa va all’allenatore. Un coach che non è mai riuscito, se non con le parole, a dare quelle scosse di adrenalina di cui ha bisogno il popolo biancoblù. È in una posizione difficile, su questo non c’è dubbio. Ma è davvero così impossibile la sua missione?

I tempi sono di certo cambiati. Chi l’anno scorso diceva che bastavano 3 stranieri bravi per fare una squadra si sbagliava. Gli stranieri in Svizzera sono tutti forti, ma le squadre non hanno solo loro, hanno anche almeno 2 o 3 svizzeri fuoriclasse. Quando penso che il Rappy ha Riesen e Burkhalter, senza contare i suoi Nordgreen, Roest e Pock, mi rendo conto che no, 3 stranieri non bastano.

Eppure anche l’Ambrì annovera dei buonissimi giocatori tra le sue fila e se è vero che, durante i play-off, le grandi squadre fanno quel salto in avanti che gli permette di elevare il loro gioco, è anche vero che durante la regular season le stesse squadre non si “scaldano” più di quel tanto. Soprattutto per quel che riguarda concentrazione, velocità e aggressività.

Allora se queste capacità che sono controllabili e non fanno parte del talento e delle capacità motorie sono alla nostra portata, perché non riusciamo a giocarcela alla pari o almeno a fare qualche punto qua e là ? E perché subiamo delle reti in power play, quando a giocare sono i migliori elementi della rosa? Manca il gioco. Ci diciamo. L’ABC dell’hockey. La mentalità. L’intensità. La concentrazione.

Insomma. Tutte cose che non si comprano!

Allora mi sembra che non abbiamo scuse. O alziamo il livello o altrimenti miei cari, LA PORTE della B .. è lì, e se ci rimane …