Anche Dale ballò coi lupi
Il nome McCourt suscita in me emozioni ed evoca ricordi, facendomi tornare al periodo dell’infanzia, dell’adolescenza. Il perché è presto spiegato. Ho trascorso parte della mia giovinezza a Dalpe, villaggio al quale sono rimasto affezionato e che all’inizio degli anni Ottanta, per un ragazzino come me appassionatissimo di hockey su ghiaccio, era una sorta di “Paradiso”. A Dalpe, infatti, abitavano all’epoca tutti o quasi i giocatori dell’Ambrì Piotta, di sicuro i più rappresentativi: la maggior parte di essi era concentrata di fronte all’Osteria “Des Alpes”, in una palazzina moderna all’imbocco della frazione di Cornone, altri biancoblù occupavano invece chalet e villette nei paraggi. Erano considerati dei “vip”, i giocatori in questione, ma non facevano nulla per esserlo: sempre i primi a salutare, a firmare autografi a quei ragazzini che in Leventina venivano con la famiglia a trascorrere le loro vacanze o partecipavano alla scuola montana. Erano anche i primi a dare un passaggio a quelli che, come me, si piazzavano con il “pollice fuori” sul ciglio della strada, proprio all’uscita del paese. Il primo “vip” che ci si ricorda a Dalpe è probabilmente il canadese Dave Gardner, alla fine degli anni Settanta: ma anche il suo connazionale Rick Hampton. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono i russi: sino a una dozzina di anni fa, nel “nostro” paesino ai piedi della Val Piumogna, abitava per esempio Petr Malkov. La leggenda narra che quando il buon “Piotr” entrò per la prima volta nel fornitissimo negozietto della Dina e della Bianca in fondo al nucleo del paese, ci rimase una mezza giornata: dalle sue parti, in Ucraina, non era abituato a tanto ben di dio sugli scaffali. Ma un posto nel cuore dei dalpesi l’ha anche (e soprattutto) Dale McCourt: lui era, in un certo senso, l’emblema di Dalpe, il “primo cittadino”. A noi ragazzini, McCourt incuteva un po’ di timore: la sua figura di “capo indiano” metteva in soggezione. Tra i giocatori che popolavano Dalpe verso la metà degli anni Ottanta, lui era tra l’altro quello che si incontrava meno frequentemente, rintanato con la sua famiglia nel suo confortevole e spazioso chalet. Quando transitava in macchina, noi che giocavamo a hockey, imitandone le esaltanti gesta sul piazzale adiacente la chiesa oppure su quello dell’impresa Dotti, ci fermavamo di colpo e… restavamo a bocca aperta ad ammirarlo. Vederlo, riconoscerlo, per noi era un evento. Ricordo che alzavamo i nostri bastoni in segno di saluto: lui, spesso trincerato dietro gli occhiali da sole, rispondeva sempre con un breve ma significativo cenno. Al ritorno a casa, poi, informavo subito e con voce emozionata la mamma sull’eccezionale avvenimento: “Sai, oggi è passato McCourt!”. A proposito di mia mamma, rammenta ancora il giorno in cui, sempre a Dalpe, lo stesso McCourt la “salvò” dall’attacco di un cane lupo lasciato libero nei pressi del Bosco Bello. In quell’occasione, lui (McCourt) si materializzò… come d’incanto nella boscaglia frapponendosi tra lei (mia mamma) e l’aggressivo quadrupede e sventando di fatto la minaccia. Poi, dopo essersi brevemente sincerato delle sue condizioni, la salutò e se ne andò, come se nulla fosse accaduto. Da quel giorno, McCourt non fu più soltanto uno dei miei eroi, dei miei beniamini. Lo divenne anche di mia mamma.
Paride Pelli
anch’io concordo
bellissimo questo articolo!