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6394Un cantone, una lingua, un governo, ma due squadre d’hockey. Trecentomila abitanti e due società ad alti livelli. È un problema, già a partire dalle elementari siamo di fronte ad un bivio: o si rimane estranei al mondo dell’hockey, cosa che pregiudicherebbe il rapporto con i compagni di scuola, o ci si entra. Non possiamo essere ignoranti in questo campo, questa mancanza ci estrometterebbe dal gruppo, ci farebbe sentire di un altro pianeta. Siamo costretti, quindi, volenti o nolenti, almeno a sapere qualche risultato, la data del derby o l’ultimo acquisto.

Messi di fronte a questa sfida ogni persona reagisce in modo differente. C’è chi non si fa coinvolgere, chi continua la sua vita di sempre, senza interessarsi, senza provare la minima emozione, rimane fisso, impassibile, ma rimarrà un emarginato. C’è chi invece finge, si organizza per sapere almeno qualche risultato e ai derby sussurra qualche parola di simpatia per una o l’altra squadra. Questo gli permetterà di sopravvivere e avere anche qualche amico. Ma noi gente comune, che non vogliamo per nessun motivo essere dei “diversi”, e vogliamo avere tanti amici, ci adeguiamo alla massa. Ci avviciniamo a questo mondo, ancora sconosciuto e cerchiamo di sapere alcune date, e attenti a non dimenticarci i derby, e qualche risultato, tanto per entrare nelle discussioni del lunedì mattina sulle partite del weekend.

Ormai siamo in trappola, dobbiamo informarci, documentarci, altrimenti il dialogo con i compagni sarebbe impossibile. Ma questo non basta. Per rendere più accese le discussioni, per essere riconosciuti in questo mondo, dobbiamo marchiarci di una fede, di un colore, di un amore. Dobbiamo esporci. E così, quasi per scherzo, da quell’istante la nostra vita cambierà, non saremo più semplici persone, saremo diversi, peggiori o migliori, ma tifosi. Da quel momento la nostra squadra entra a far parte di noi e diventeremo parte di una grande famiglia.

E qui viene il bello: dobbiamo scegliere. Biancoblu o bianconeri, oppure vada per il neutro e tifiamo Davos? “Ed ora come faccio, mi schiero con chi ha vinto di più, con chi ha una storia che è quasi leggenda, o per non litigare sempre con il mio migliore amico scelgo quello che sceglie lui”. Non si sa che meccanismo entra in gioco quando il nostro indice di gradimento punta a destra o a sinistra, quali pensieri, quali emozioni ci fanno prendere una decisione che ci segnerà per tutta la vita. Alcuni dicono che è genetico, che gli acidi nucleici che formano il Dna di un tifoso dell’Ambrì non sono AGCT , ma CPHA, quindi se noi riusciamo a combinarli nel modo giusto saremo legati indivisibilmente ai biancoblu fin dalla nascita. Altri dicono che è stato amore a prima vista, che la prima volta che hanno visto la gelida valascia, o il lago Ceresio, il volto di un giocatore o il conto in banca di Mantegazza, la sciarpa bianconera del cugino o i colori biancoblu che sventolavano … flash… colpo di fulmine. Altri ancora hanno dovuto adattarsi a causa di minacce famigliari del tipo: “se te tegn al lügan a ta buti föra da cà” o “se tieni all’Ambrì ti allontanerò dalla mia villa”.

Da questi episodi, belli o brutti, fortuiti o influenzati, si ottiene il risultato: la bandiera. Un credo che verrà difeso, a scuola come al lavoro, in Ticino come a Zurigo, perché in ogni luogo verrà manifestata la nostra passione, perché ovunque troveremo un tifoso di hockey con cui parlare. E grazie a lei, non avremmo paura di entrare in una classe dove non conosciamo nessuno, perché qualcuno che condivide la nostra mania ci sarà. Non avremmo timore a conoscere il nostro capo, perché appena ci sarà la pausa caffè e sfoglieremo la pagina sportiva, l’imbarazzo scomparirà. Avremo amici, nemici e simpatizzanti, ma non saremo soli.

In fin dei conti, quello che era cominciato solo come unica ragione per non essere estromessi dal gruppo, ci appassionerà e ci terrà compagnia per tutta la vita. Gioiremo o piangeremo, vinceremo o perderemo, saremmo gli sfottenti o gli sfottuti ma almeno saremo tifosi, non semplici persone e saremo ormai parte di questa grande famiglia senza via d’uscita.